I bancali in eccedenza di GDA diventano, nelle mani della Cooperativa Sociale Eris – Effetto Farfalla, grandi giochi in legno per le famiglie del territorio e, per alcuni giovani in difficoltà, un’occasione per imparare un mestiere. Ne parliamo con Michele Sbrana.
La Cooperativa Sociale Eris – Effetto Farfalla nasce nel 2015 dall’incontro di quattro professionalità radicate nel territorio trentino. Ci racconta com’è nato il progetto e cosa significa, per voi, quel “Effetto Farfalla” che porta nel nome?

La cooperativa nasce dal desiderio di dedicarci esclusivamente a progetti educativi e sociali che ci stessero davvero a cuore e nei quali ci sentissimo realmente competenti, liberi da imposizioni dall’alto. I quattro fondatori volevano mettersi in gioco in prima persona, su ciò in cui credevano.
Il nome “Effetto Farfalla” racconta proprio questa intenzione: fare piccole cose che, però, possono generare un effetto ad ampio spettro. E così è stato: abbiamo cominciato con progetti contenuti, per poi arrivare con il tempo a realizzare eventi e interventi educativi e sociali via via più grandi.
Le vostre attività spaziano dai minori alle famiglie, dagli eventi ai progetti di sviluppo di comunità, coinvolgendo decine di volontari e centinaia di persone ogni anno. Come si articola concretamente questo impegno e quali risultati vi rendono più orgogliosi?
L’impegno che mettiamo in ogni evento e in ogni progetto è altissimo. Essendo un ente molto piccolo, la responsabilità di ciò che realizziamo è condivisa dall’intero comparto operativo: nessuno delega, ci mettiamo la faccia tutti, in prima linea.
Siamo orgogliosi di ogni iniziativa, dalla colonia Nonno Berto al centro socio-educativo Eureka, dai progetti dedicati ai minori in situazione di fragilità agli eventi di animazione sul territorio. È un lavoro fatto con fatica, ma le nostre professionalità si bilanciano molto bene, e questo ci permette di cogliere i bisogni della comunità in modo rapido e reattivo.
Sul vostro sito ponete grande attenzione al significato originario del termine “educare”, come capacità di far emergere il meglio di ciascuna persona. In che modo questa visione guida il vostro lavoro quotidiano e i progetti che realizzate?
La guida costantemente: non a caso “educare” è la nostra parola chiave. Siamo prima di tutto educatori, ed è questo il senso ultimo della nostra professione. Cerchiamo di generare benessere e miglioramento nelle persone, sia attraverso interventi strutturati, sia attraverso momenti di gioia e serenità da vivere in famiglia.

Come è nata la collaborazione con GDA e cosa vi ha convinti a sviluppare insieme un progetto di recupero dei bancali in legno?
È nata quasi per caso. È stato un nostro volontario a farci conoscere GDA: abbiamo presentato il nostro progetto e siamo stati accolti fin da subito, con grande disponibilità.
I pallet in legno che GDA dismette diventano, nelle vostre mani, giochi per bambini. Ci descrive come funziona questo percorso di riciclo e trasformazione, dalla materia prima di scarto al prodotto finito?
L’idea è di uno dei nostri fondatori, Michele (che non è uno dei due direttori della cooperativa). Oltre a essere un educatore di grande valore, è anche una persona capace di realizzare oggetti e arredi con i materiali di recupero.
I nostri “grandi giochi” nascono da un desiderio semplice: far divertire bambini e famiglie con giochi essenziali, ma dal formato gigante. E quale materiale si presta a questa idea meglio del legno?
Il lavoro è lungo, ma regala grandissime soddisfazioni. In alcuni casi si trasforma persino in un’occasione di formazione per i più giovani: in diverse circostanze si sono affiancati a Michele ragazzi inviati dal servizio sociale o dalle scuole, in situazioni di rischio di abbandono scolastico o di marginalità.
Costruire un gioco, partecipare al processo di invenzione, imparare a usare gli strumenti della falegnameria: tutto questo ha consegnato competenze nuove a ragazzi e ragazze che stavano perdendo la rotta.
GDA e Eris condividono un forte legame con il territorio trentino e un’attenzione alla sostenibilità. Quali valori sente più comuni tra le due realtà, e perché crede che un produttore industriale e una cooperativa sociale possano “parlare la stessa lingua”?

Sicuramente l’attenzione alla famiglia, ai minori e alla sostenibilità. Siamo due realtà molto diverse, è vero, ma questo non ci ha impedito di trovare dei punti in comune.
Da un lato c’è l’apertura di GDA e la sua generosità nel mettere a disposizione il materiale in eccedenza; dall’altro la capacità del collega Michele e dei suoi aiutanti di trasformare un materiale destinato allo smaltimento in oggetti bellissimi e divertenti.
Questa collaborazione apre la strada a un modello virtuoso di economia circolare e di impatto sociale. Come immagina possa evolvere nei prossimi anni il rapporto con GDA, e quali nuovi progetti vorrebbe veder nascere?
È una collaborazione sicuramente inusuale, vista la diversa natura giuridica dei due partner, ma questo non pone alcun limite all’evolversi del legame.
Al momento non abbiamo in mente sviluppi precisi, però ci piace immaginare che i due enti possano diventare partner stabili. E sono certo che non mancheranno le occasioni per riflettere insieme su nuove forme di collaborazione.







